Il 23 aprile è la giornata mondiale del libro e io avrò l'onore di chiudere le manifestazioni di Palermo, la Via dei Librai, con il mio spettacolo Le metamorfosi. Ingresso libero sino ad esaurimento posti.
martedì 17 aprile 2018
mercoledì 20 settembre 2017
BOB WILSON | Persephone
C'ero anche io (Va bene, ero bruttino). Una trasmissione sullo spettacolo "Persephone" di Bob Wilson.
giovedì 8 giugno 2017
OVIDIO LE METAMORFOSI TEATRO URBANO
TEATRO URBANO A BARCELLONA
Il teatro esce dai suoi luoghi deputati e conquista le città mescolandosi e trasformandosi. Ecco Le Metamorfosi, liberamente tratto da Ovidio.
sabato 29 aprile 2017
Una recensione del romanzo Civico numero 27 di Sandro Dieli, Glifo Edizioni
http://www.apiedipagina.it/civico-numero-27/
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giovedì 9 marzo 2017
Il teatro e la sindrome di Stoccolma
Il teatro e la sindrome di Stoccolma
Nel rapporto tra attore e regista nel corso delle prove di uno spettacolo, si assiste ad esasperazioni relazionali che a volte rischiano di sfuggire di mano. E' necessaria una grande cura del rapporto e della sua evoluzione perché questi si mantengano sempre a livelli accettabili. E' necessario un grande equilibrio. Pur nella necessità di spingere l'elaborazione del personaggio al livello più alto possibile, va sempre ricercata una relazione in cui l'attore si senta libero di trovare dentro di sé le risorse emotive necessarie allo scopo. Ci sono registi che si curano della libertà dell'attore e altri che non lo fanno. Ci sono registi che fanno prevalere la propria esigenza espressiva a quella degli attori. Si sarà capito che io propendo per un rapporto equilibrato di libertà reciproche dove tutti danno e nessuno debba chiedere. Purtroppo non sempre è così e molti registi non disdegnano la possibilità di trasformarsi in guru piuttosto che in maestri che insegnino a fare a meno di loro. Tutto ciò è possibile perché esistono attori che lo permettono e che sono felici di sottomettersi. Legittimamente. Per me rappresentano un mondo che non amo popolato di vittime e carnefici, ma nessuno potrà vietare loro di vivere in una perenne sindrome di Stoccolma. Almeno fino a quando ci sarà pubblico che vorrà vedere i loro spettacoli in un armonioso e straordinario circolo vizioso di sofferenze.
mercoledì 8 marzo 2017
Cosa imparare dalla memoria teatrale?
Cosa imparare dalla memoria teatrale?
Da un po' di tempo mi domando con insistenza come sia possibile che io riesca a ricordare tutti i copioni dei miei spettacoli pieni di nomi e di connessioni e che dimentichi con la stessa leggerezza cose della vita quotidiana estremamente utili e importanti. A volte mi rispondo che la presunta utilità degli accadimenti quotidiani è più una nostra costruzione mentale che una verità acclarata. Altre volte mi dico che probabilmente è l'età a far strage fra le sinapsi. Fatto sta che la mia memoria sembra essersi fatta molto selettiva, ricordando e dimenticando secondo un suo schema particolare a me ignoto. Proprio per cercare di fare chiarezza mi dico e dico a chi avesse la bontà di leggere, che la memoria teatrale è una memoria complessa fatta di voce, suono, corpo e emozione e che basta che uno di questi elementi manchi o venga semplicemente variato per far crollare l'intera impalcatura. Un esempio tipico è il momento delle prove di uno spettacolo in cui ci si alza dal tavolo in cui si è letto e memorizzato il testo per cominciare ad aggiungere i movimenti. Tutto ciò che avevamo imparato salta, i riferimenti mnemonici non esistono più. Semplicemente dimentichiamo. Sembra quasi che si debba ricominciare tutto daccapo. Eppure, appena quel testo si incolla al gesto, ecco riapparire la memoria indissolubilmente fusa al corpo e alle emozioni.
Quale morale possiamo ricavare da questo esempio? Che la memoria ti avverte di ciò che è importante nella vita trattenendo ciò che merita di essere trattenuto. Ma ci dice anche che nulla può essere conservato se non in fusione totale con il corpo, l'emozione, la passione e i luoghi.
Sarebbe bello se tutti ci trasformassimo in veri e propri "Atleti del cuore".
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mercoledì 28 dicembre 2016
Civico numero 27, di Sandro Dieli

CIVICO NUMERO 27
il mio nuovo romanzo parla di Palermo?
Da pochi giorni è uscito il mio nuovo romanzo dal titolo Civico numero 27, Glifo Edizioni.
All'incontro che si è tenuto nell'ambito della manifestazione Jingle Books 2016, mi è stato chiesto quanta sicilianità e "palermitudine" ci fosse nel libro, dando per scontato che uno scrittore di questa città rimanga fatalmente dentro i canoni espressivi che la caratterizzano. Consapevole di ciò, sapendo cioè quanto sia forte la capacità di presa degli stereotipi su Palermo, ho deciso che la città non sarebbe apparsa esplicitamente. Avevo un'altra urgenza, quella di tirare fuori i personaggi dal loro contesto per accompagnarli verso una realtà in cui apparisse la loro umanità universale, la tenaglia che li stringe, l'entropia che produciamo con il vivere. Il piccolo condominio di via Crescenzio 27 è un sistema chiuso dove ogni azione risuona nel tutto e dove contemporaneamente tutti sono soli. Palermo è la trama nascosta di un racconto che potrebbe essere ambientato ovunque. Anche a Palermo.
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All'incontro che si è tenuto nell'ambito della manifestazione Jingle Books 2016, mi è stato chiesto quanta sicilianità e "palermitudine" ci fosse nel libro, dando per scontato che uno scrittore di questa città rimanga fatalmente dentro i canoni espressivi che la caratterizzano. Consapevole di ciò, sapendo cioè quanto sia forte la capacità di presa degli stereotipi su Palermo, ho deciso che la città non sarebbe apparsa esplicitamente. Avevo un'altra urgenza, quella di tirare fuori i personaggi dal loro contesto per accompagnarli verso una realtà in cui apparisse la loro umanità universale, la tenaglia che li stringe, l'entropia che produciamo con il vivere. Il piccolo condominio di via Crescenzio 27 è un sistema chiuso dove ogni azione risuona nel tutto e dove contemporaneamente tutti sono soli. Palermo è la trama nascosta di un racconto che potrebbe essere ambientato ovunque. Anche a Palermo.
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mercoledì 31 agosto 2016
Camminare per essere umani
Ho letto una bella citazione di Alberto Sordi e vorrei condividerla con voi.
Una volta anche solo il fatto di andare a piedi, di salutarsi, di sentirsi parte di una società, aiutava a essere più umani.
Ho terminato il Cammino di Santiago da una settimana e ancora mi sento sospeso in una bolla felice. Vivo le giornate nella speranza che nessuno, me compreso, faccia scoppiare quella bolla facendomi precipitare nella realtà quotidiana. Mi aggrappo ai ricordi, mi concentro sulla memoria dell'esperienza vissuta e cerco di resistere.
Faccio bene? Temo di no e vi spiego il perché.
Più ci penso e più mi rendo conto che il Cammino di Santiago ti offre un grande insegnamento: il camminare è un modo per essere più umani e tale umanità non può essere circoscritta nel piccolo ambito dell'esperienza vissuta. Durante le lunghe camminate verso Santiago, ci si sente di appartenere alla Terra, di essere figli di uno stesso universo fatto di pulviscolo raggrumato in oggetti e esseri viventi. Ci si sente felici. Il compito di chi cammina è, però, quello di portare sempre con sé l'umanità riscoperta, la propria felicità contagiosa. Il quotidiano ci assale? E noi resistiamo.
Belle parole, non è vero? Mi aggrappo ai ricordi, mi concentro sulla memoria dell'esperienza vissuta e cerco di resistere. Speriamo.
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lunedì 1 agosto 2016
CAMMINARE PER PENSARE E IMMAGINARE.
Che rapporto c'è tra il camminare e la creatività? Difficile argomentare una risposta che possa dare forza alle ragioni dei camminanti senza nulla togliere a chi preferisce attività più sedentarie. Io stesso amo a volte star fermo e poltrire e non per questo smetto di creare e immaginare. Il camminare, però, sembra ricordare agli uomini, di un tempo in cui erano nomadi e in cui le donne cullavano il sonno dei bambini col passo cadenzato dei luoghi trasferimenti. Il camminare è un gesto antico e pieno di fascino.
Bruce Chatwin, il grande scrittore inglese morto nel 1989, non poteva smettere di camminare e pensava che il nomadismo fosse una condizione naturale dell'uomo. La moglie, che ho avuto modo di intervistare alcuni anni fa (guarda), mi disse che Bruce non riusciva a pensare se non camminava.
Da un po' di tempo sperimento su di me gli effetti benefici del camminare. Lo faccio per raggiungere luoghi, ma anche per il puro gusto di farlo, di trasformare continuamente la prospettiva dei panorami che incontro in flusso continuo che mi sembra assomigli alla vita molto più che la statica contemplazione.
Il poeta Kavafis ci dice che Itaca non è solo una meta, ma soprattutto il motivo del nostro andare, il luogo dove arriveremo carichi di tutti i tesori raccolti lungo il cammino.
Presto affronterò il Cammino di Santiago. Vi racconterò dei tesori che la strada vorrà darmi.
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venerdì 29 luglio 2016
L'ITALIA DI OGGI?
Ho letto La Chimera di Sebastiano Vassalli e sono rimasto folgorato dalla scrittura intensa e leggera di questo scrittore morto da un anno, che con questo libro vinse il Premio Strega nel 1990. Non essendo un critico e essendomi io stesso misurato con la scrittura, posso semplicemente raccontare la mia gioia nel vedere una tale maestria delle parole e della struttura narrativa. E' proprio così, i grandi scrittori mi danno gioia perché mi ricordano quanto ingegno risieda nella creatività umana, mi annunciano che il mondo è sorprendente e pieno di poesia.
La vita della povera "strega" bambina ci dice tragicamente di una società che sa stritolare dentro le sue spire chiunque appaia diverso. Vassalli ci ricorda come questa storia, pur declinata in luoghi e contesti diversi, potrebbe essere una storia di oggi, anzi, ci racconta da quali avvenimenti storici nasce l'Italia di oggi. Noi italiani siamo anche questo, il sangue e le carni bruciate di generazioni ignote che ci hanno preceduto e solo attraverso uno sguardo acuto e coraggioso avremo l'immagine completa di ciò che siamo davvero.
La storia della strega di Zardino, dicevo, è una grande tragedia raccontata con semplicità geniale e con lo sguardo acuto di chi non fa sconti a nessuno. Questa è l'Italia, questa è la sua storia che l'ha portata sino a noi. Ma questa è anche la genialità di chi si sa parte integrante di quella storia. Noi siamo anche le nostre ombre.
mercoledì 27 luglio 2016
UNA STORIA DI FAMIGLIA
Il racconto Gas di scarico (per acquistarlo clicca qui) nasce alcuni anni fa dall'esigenza di narrare il disfacimento di una famiglia palermitana come metafora di un mondo sempre più disgregato. Al momento della scrittura non era ancora scoppiata la grande crisi economica e il mondo non aveva ancora scoperto dentro quale profondo incubo sarebbero potute cadere le certezze di tutti noi. Rileggendolo oggi mi meraviglio di quanto fosse tragicamente vera la mia visione, quasi si trattasse di opera di un indovino. Ovviamente non ho nessuna capacità divinatoria. Semplicemente "sentivo" e non lo sapevo. Mi chiedo, allora, quante volte siamo capaci di "sentire" e lasciamo che questa nostra capacità di comprensione del reale si perda? Siamo tutti in grado di farlo, siamo tutti dei piccoli Tiresia, l'indovino cieco della città di Tebe. Siamo anche degli assassini, però. Uccidiamo il nostro "sentire" per comodità, per evitare che l'animo venga invaso dal terrore. Se questo racconto servirà a svegliare il nostro Tiresia e prevenire il suo assassinio, sarò un uomo felice. Gas di scarico sarà servito a qualcosa.
Chiunque voglia godere di una bella lettura può acquistare un Kindle qui.
giovedì 21 luglio 2016
Ebook o cartaceo?
Molte volte mi è stato chiesto se preferivo leggere libri tradizionali in carta o se mi ero trasformato in un lettore digitale con Kindle e computer. L'istintiva risposta era, lo confesso, libro cartaceo. Tutta la vita. Eppure adesso ho pubblicato due racconti su Amazon e ho trovato la cosa super eccitante. E' incredibile come si possa con pochi clic offrire la propria opera al mondo intero, sentire crescere la voglia di essere scoperto in Germania, negli Stati Uniti o perfino in Giappone. Con l'editoria digitale si può. Spero che il mio Cat Lady possa rosicchiare lettori di lingua inglese e che il mio Gas di scarico riesca a superare gli annosi problemi di distribuzione fra le librerie italiane. E anche se non dovessi trovare chissà quanti lettori, l'idea di poterlo fare mi eccita da morire.
Forse la risposta al primo quesito sta proprio nelle mie abitudini conclamate. Sul comodino ho un bel libro odoroso di carta e il mio computer. Compromesso storico.
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mercoledì 20 luglio 2016
Il mio racconto su Amazon
Ho il piacere di condividere con voi la pubblicazione del mio racconto "Gas di scarico". Chiunque volesse acquistarlo, regalarlo e condividere la notizia, può cliccare qui.
La storia è semplice e si può riassumere così: una famiglia di Palermo e un grande amore che copre la distanza sino a Berlino. Una sorprendente storia di vita e di morte con allo sfondo il capoluogo siciliano.
Aspetto i vostri commenti sulla mia pagina Facebook. Visita il mio sito www.sandrodieli.com.
http://amzn.to/29O4ALO
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lunedì 8 febbraio 2016
Seconda puntata del reality sul teatro Voglio Teatro!
http://www.dailymotion.com/video/x3r167p_voglio-teatro-parte-2-reality-teatro-television-de-sandro-dieli-director-teatro-d-appartamento_tv
Oggi seconda puntata. Il nuovo reality televisivo sul teatro
http://www.dailymotion.com/video/x3qxanv_voglio-teatro-parte-1-reality-teatro-television-de-sandro-dieli-director-teatro-d-appartamento_tv
sabato 6 febbraio 2016
Il teatro in TV: possibile?
Quando ero bambino in televisione si poteva vedere il teatro.
I classici venivano messi in onda da attori di grande fama e bravura, i registi erano fra i migliori in circolazione e la recitazione non concedeva quasi nulla alla televisione e ai suoi sussurri. La cosa durò alcuni anni, abbastanza evidentemente perché qualcosa del teatro mi parlasse dentro e mi facesse scegliere in tempi successivi di diventare un professionista. Non ricordo quanti anni siano stati. Molti forse, ma poi la cosa finì. Il teatro smise di essere messo in onda in televisione e scomparve quasi del tutto. Del teatro non si vedevano più le messe in scena, ma di teatro si parlava. Si vedeva addirittura cosa accadeva prima, nel corso delle prove, ma all'apertura del sipario, un altro ideale sipario si chiudeva e per i telespettatori lo spettacolo finiva.
Voglio Teatro! Reality teatro television.
Qualcuno diceva che era un modo per salvaguardare il teatro, perché la televisione non lo uccidesse. Erano scuse. Del teatro non importava niente a nessuno. E poi se anche avesse rubato qualche spettatore, avrebbe in ogni caso creato l'interesse e ampliato la base del pubblico potenziale. Come è accaduto a me.
Qualcuno diceva che era un modo per salvaguardare il teatro, perché la televisione non lo uccidesse. Erano scuse. Del teatro non importava niente a nessuno. E poi se anche avesse rubato qualche spettatore, avrebbe in ogni caso creato l'interesse e ampliato la base del pubblico potenziale. Come è accaduto a me.
Per questo motivo ho pensato di realizzare un reality che usi il teatro come strumento di conoscenza personale e degli altri. Il teatro dà e guida le emozioni, esattamente come accade nella vita reale. Ecco allora "Voglio Teatro!", (credo) il primo reality teatrale. Il meccanismo, come si vede nel video della prima puntata (cliccate sul frame sopra o qui), è semplice. Un gruppo di persone decide di passare attraverso l'esperienza di una messa in scena per i motivi più diversi, e per fare ciò ha bisogno che arrivi io con Teatro d'Appartamento. La relazione, il confronto con dei professionisti del teatro risolve alcuni problemi tecnici e ne mette in luce altri, creando a catena ostacoli e soluzioni. In questo primo caso abbiamo alcune persone delle professioni più diverse, che decidono di provarsi attori. Si vedranno le prove, le difficoltà, i desideri di affermazione, le timidezze, gli ostacoli e ciò che si può sperimentare quando ci si trasforma in attori. Il tutto a Barcellona. Per questo motivo la lingua usata è lo spagnolo (e un tocco di catalano), ma credo che chiunque possa capire ciò che avviene. Buona visione, allora, e ditemi cosa ne pensate.
Ultima notazione. Sarà un caso che abbia potuto realizzare il programma a Barcellona e non in Italia?
A posteri...
domenica 31 gennaio 2016
Cosa ho imparato da Marcel Marceau? Il teatro loquace.
Nel 1982, al ritorno da una lunga permanenza a Londra durante la quale avevo studiato mimo, mi fermai a Montepulciano per partecipare al seminario che Marcel Marceau teneva nell'ambito del Cantiere d'Arte. Ogni lezione era di 6 ore, 3 ore teoriche e 3 pratiche. Per me era un'occasione unica per mettere in pratica quanto imparato nei corsi londinesi con la mia maestra Anne Dennis. Ero eccitatissimo all'idea di conoscere quel mito assoluto del teatro e del mimo e non vedevo l'ora di cominciare. La prima lezione fu una vera sorpresa. Durante la parte teorica del corso il maestro parlò ininterrottamente per tutte e 3 le ore della lezione senza mai interrompersi e lasciando pochissimo spazio agli allievi. Marceau era magnetico e raccontava una infinità di aneddoti sul teatro e sulla sua vita, non ci si annoiava. Ogni volta così per 12 giorni. Fu allora che scoprii che Marcel Marceau, il grande maestro del mimo, l'uomo che affascinava le platee senza mai aprire bocca, era logorroico. Mi ricordai allora di quel film di Mel Brooks dal titolo "Silent movie", in cui nessuno degli attori parlava simulando un film del cinema muto. Mel Brooks vestiva i panni di un regista alla ricerca di protagonisti della pellicola che avrebbe voluto girare. Su un'auto decappottabile si recava a casa delle star hollywoodiane cercando di strappare loro l'assenso a partecipare alle riprese. Erano solo dei "no", silenziosi dinieghi in cartelli neri bordati secondo lo stile del cinema muto. Di un solo attore si sentì la voce, la sonora risposta negativa, comico stravolgimento dell'assioma per cui nessuno avrebbe dovuto parlare in un "Silent movie". Marcel Marceau pronunciò un secco e forte "no" alla fine di una delle sue fantastiche pantomime di stile che rappresentava un uomo che cammina contro il vento.
Parola e movimento a teatro.
Non fu in quella occasione che mi venne il dubbio, ma certamente un germe nascosto si impadronì di me e lavorò silenzioso (è il caso di dirlo) fino a quando non decisi che anche io avrei parlato in scena. Non si tratta di un argomento da poco. La mia scuola di mimo era rigorosamente fedele alla grammatica e ai dettami teatrali di Decroux. Per lui la parola in scena era una ferita alla purezza del gesto, così come la musica di sottofondo e qualsiasi altro orpello. Marceau, che aveva studiato con Decroux, venne buttato fuori dalla sua scuola quando decise di mettere in scena i suoi spettacoli da solo, riportando il mimo alla pantomima ottocentesca e tradendo tutte le regole imposte dal maestro. Una mondanità inaccettabile per il maestro. Eppure la storia ci ha lasciato l'immagine di Marceau come del più grande mimo mai nato e di Decroux pochi sanno.
Quando Michele Perriera mi chiese di prendere il ruolo di Pistola nel suo Kean nel 1987, io cominciai a parlare in scena. Michele risvegliò il germe silenzioso della parola inoculato suo malgrado da Marceau e a da allora non smisi più. Gesto e parola si unirono da allora e vissero per sempre felici e contenti
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mercoledì 27 gennaio 2016
Il teatro e la scuola, rapporto facile?
Mi capita da tanto, ma specialmente negli ultimi tempi con le "Le Metamorfosi" di Ovidio, di fare spettacoli nelle scuole per un pubblico di studenti. Il primo dubbio che mi prende ogni volta è quanto questi ragazzi siano davvero interessati al teatro e quanto invece li spinga il desiderio di non andare a scuola per una qualsiasi attività alternativa. Vogliono davvero il teatro? La risposta è: no, non vogliono il teatro, ma potrebbero volerlo. Devo riconoscere che il lavoro dei professori per preparare i ragazzi agli spettacoli è davvero encomiabile, ma tutto ciò che si può dire prima a proposito della esperienza che li aspetta non ha niente a che vedere con ciò che vivono durante e dopo avere assistito alla messa in scena. Alla fine di ogni spettacolo gli occhi dei ragazzi hanno un'altra luce, sembrano abbagliati dalla bellezza dell'evento artistico, sentono per la prima volta che il bello li affascina. Per quello che attiene alla mia esperienza, gli studenti di tutte le scuole sono potenziali fruitori felici di teatro, ma non lo sanno. Non lo sanno prima!
Il teatro di prossimità affascina.
Come convincere uno studente che non è mai andato a teatro a provare per la prima volta questa esperienza? Di certo, un ruolo fondamentale è ricoperto dai professori che hanno il compito di convincere, forse costringere i ragazzi. Vi è però un altro aspetto dirimente: la scelta dello spettacolo adatto. Fino a quando ci saranno professori che useranno il teatro (ma anche la lettura, il cinema, l'arte ecc.) come arma impropria contro i loro alunni, questi ultimi avranno tutto il diritto di non farselo piacere. Il teatro deve smettere quell'aria di trasandata intelligenza che piace tanto ai colti e prendere per mano il pubblico dei più giovani per accompagnarlo verso di sé, carezzarlo e colpirlo se necessario, sicuramente parlare una lingua che possono comprendere e accettare. Quando parlo di lingua non intendo ovviamente solo la parola, ma tutti quegli aspetti che fanno del teatro una esperienza indimenticabile. I corpi, i respiri, l'empatia, l'irripetibilità. Per questo motivo ritengo che un teatro che si avvicini anche fisicamente al pubblico sia il più adatto ai giovani. Bisogna che gli studenti imparino a respirare la stessa aria degli attori, bisogna impregnarli dei loro aliti e sudori, farli appassionare ai loro muscoli. Nella prossimità c'è una buona percentuale di riuscita. In questo modo sapranno amare anche Ovidio e le sue "Metamorfosi", a patto che gli attori siano colti, diretti e normali. Normali come il pubblico. Straordinari come ciascuno spettatore.
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Trailer di "Rooms"
Teatro ovunque, anche negli Hotel
Quando cominciai a fare i miei spettacoli nei luoghi non convenzionali fra cui le case, venni a sapere di una iniziativa analoga, ma diversa, come dirò, che partiva dall'Argentina e che si chiama Microteatro. Nel momento più intenso della crisi economica argentina, gli attori dovettero trovare una forma diversa di presentare le proprie opere che fosse compatibile con le tasche del pubblico. Ricordo perfettamente la tipica frase che sentivo ripetere ai miei colleghi nei giorni in cui mi trovavo in scena a Buenos Aires con Persefone di Bob Wilson: "No hay plata", non c'è denaro. Spuntarono allora spettacoli più brevi, 15 minuti circa, che per via della loro durata costavano meno e il pubblico poteva perciò continuare a vivere l'esperienza del teatro senza spendere il denaro che non aveva. Il Microteatro continua ad avere successo, forse a causa della crisi che non smette di colpirci, e a Barcellona è stato organizzato un vero e proprio teatro multisala dove vengono messi in scena brevi spettacoli ripetuti più volte nella stessa serata.
Microteatro non è Teatro d'Appartamento.
La differenza fondamentale tra Microteatro e Teatro d'Appartamento sta nel fatto che i nostri sono spettacoli completi di lunghezza media che non vogliono riprodurre in piccolo ciò che si può sperimentare in un teatro normale. Inoltre, alla fine dello spettacolo si rimane con gli spettatori per mangiare, bere e parlare di arte e cultura. Con ciò non voglio dire che l'esperienza del teatro breve sia da rigettare, anzi. Tutto ciò che può avvicinare il pubblico alla scena, ovunque questa si trovi, è un aiuto all'arte e soprattutto a chi di teatro vive.
Teatro negli hotel.
Per questo motivo è stato bello e istruttivo partecipare al progetto "Rooms", ideato da Valerio Strati e che ha visto alcuni attori susseguirsi in piccole opere teatrali messe in scena l'anno scorso all'hotel Posta di Palermo.
Il pubblico entrava nelle varie stanze accompagnato da una guida (Anna Zito) e scopriva personaggi che in quelle stanze agivano, come a spiarne la vita. La particolarità intrigante stava proprio nella esperienza voyeristica a cui il pubblico veniva messo di fronte, testimoni scomodi di una scena privata. E' stato un grande successo come si può vedere nel video in cima all'articolo.
Allo spettacolo, prodotto da Giulio Pirrotta con Teatro alla Guilla di Palermo, hanno partecipato (oltre a me) Valerio Strati, Domenico Bravo, Viviana Lombardo, Floriana Patti, Maria Grazia Saccaro e Dario Raimondi.
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